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L’investigazione si riapre ora.
Correva il marzo del 1984 quando Jose María Izura, Pelu; Pedro María Isart, Pelitxo; Rafael Delas, Txapas; e Dionisio Aizpuru, Kurro, membri dei Comandos Autónomos Anticapitalistas (caa) morivano uccisi a tiri per la Polizia spagnola. L’imboscata nella baia di Pasaia. Con quest’appellativo ha passato alla memoria collettiva uno degli episodi più neri della storia recente d’Euskal Herria e un fatto che i più giovani forse conoscono solo attraverso la canzone di Barricada: «Dietro l’uniforme rimane l’anonimato/nella caserma un brindisi/questa volta furono quattro».
Quasi cinque lustri dopo, non si hanno depurato le responsabilità su quelle morti però esiste un raggio di luce che illumina l’esperanza dei familiari dei morti, e la di Joseba Merino e Rosa Jimeno, unici superstiti. Ed è che prossimamente si prenderà dichiarazione agli allora responsabili della Brigata d’Informazione Centrale e Provinciale -di Gipuzkoa- della Polizia spagnola.
Dopo di tre rinvii del caso e mesi d’inattività, sembra che il processo ritorna ad essere fra i lavori del Tribunale d’Istruzione numero 2 di Donostia. D’altronde, Merino non dubita che esiste un «boicott» su questo caso, e punta come dato chiarificatore che passano mesi e più mesi tra una e l’altra diligenza. L’avvocato, Santiago Gonzalez, vuole mostrarsi con più speranza e insiste che «anche se lo vede difficile, abbiamo le stesse voglie che all’inizio di arrivare fino alla fine».
Guardando indietro
GARA ha ripassato il caso con il loro aiuto. Tutto inizio il 18 di marzo del 1984, quando Rosa Jimeno era arrestata per la Polizia spagnola. La cattura si realizzò in Donostia, nella Piazza XII, quando la giovane oriotarra si avvicinò al suo veicolo. Però nessuno sapeva del suo arresto.
Quasi venticinque anni più tardi, Jimeno ricorda quelli giorni. Ricorda come mediante torture, e collocandole una pistola nella nuca, l’obbligarono a telefonare alla sua casa e al suo lavoro per indicare che non si sarebbe vista per alcuni giorni. Gli agenti l’obbligarono ad argomentare che doveva aiutare ad un’amica in cinta, per lo quale doveva passare alcuni giorni fuori di casa.
I suoi genitori conoscevano bene alla sua figlia, per lo quale ebbero il sospetto della chiamata. Incluso furono alla caserma domandando per la sua figlia, però la detenzione fu registrata con un’identità falsa, con la quale il nome di Rosa Jimeno non figurava li. «Volevano mantenere l’arresto in segreto... alla fine era un rapimento», spiegarono tanto lei quanto Joseba Merino.
Nel momento della detenzione, la giovane portava un numero di teléfono che apparteneva al domicilio di Ziburu nel quale s’incontrava il suo compagno Dionisio Aizpuru, Kurro. Rosa spiega che le torture della Polizia spagnola cessano fino a quando lograno che la giovane concerta un incontro con Kurro.
Tutto stava a punto già per l’imboscata. La cita era stata fissata per il 22 di marzo alle 22.00, al lato d’alcune rocce vicine al porto della vaia di Pasaia. Tre lumi di una lanterna sarebbero il segnale accordato per indicare che il luogo «stava pulito».
Il 22 di marzo, verso le 19.00, i cinque giovani insieme a Beltza, il cane di Merino, iniziano il cammino da Ziburu in una lancia tipo Zodiac. Tutti vestivano i salvavite, come misure di protezione per se qualcuno di loro cadeva nel mare, ciò che gli impossibilitava di portare armi con loro.
Quasi allo stesso tempo, Rosa è portata per la Polizia al luogo dell’incontro. Prima, intanto, all’uscire della caserma può osservare i preparativi dell’operazione. «C’era molto movimento ei poliziotti, tutti con vestiti antipallottole, prendevano armi e più armi... Io diventai molto nervosa egli domandava, innocente di me, perché volevano quelle armi, alla volta che li gridava che mi avevano promesso che solo gli avrebbero arrestati», racconta ancora commossa per il ricordo.
Giusto quando comincia a fare buio, gli agenti la traslatano fino al luogo dell’incontro. La fanno scendere fino alle rocce e lì le legano le gambe con una corda. Il polizia che portava l’altro cavo della corda e che doveva tirare di essa rimane nascosto.
Arriva l’ora e la varca appai per la baia pasaitarra. I Suoi cinque naviganti vedono da lontano a Rosa e la lanterna che porta realizzata il segnale convenuto. «Tutto sembrava normale e ci avviciniamo», ricorda Merino.
In pochi secondi la tranquillità della notte va a sparire, il buio sparisce davanti ai potenti fochi della Polizia e il mare si colora del rosso del sangue. Pese ai 24 anni e mezzo trascorsi, la memoria di Merino non ha riuscito a cancellare né anche un solo dettaglio di quella notte e così lo ha raccontato a GARA.
Era lui chi guidava l’imbarcazione. Già con il motore in punto morto e le amarre lanciate, tutti i militanti si preparano per sbarcare. I primi in discendere della zodiac sono Pelitxo e Kurro, che lograno avvicinarsi a Rosa e situarsi insieme a lei. Il terzo in discendere saranno Joseba Merino... però già non da tempo a più.
Racconta, che si trovava inclinato, raccogliendo al suo cane per passarla a Kurro, che aspettava già all’altro lato. «Allora, -prosegue- potemmo vedere come si stirava una corda che bloccava a Rosa e come lei cadeva rapidamente al suolo. Fu in quel momento quando si è sentito un `¡Alto, Polizia! E tutto rimase illuminato. Di continuo, senza dare tempo a niente, si è sentito uno sparo singolo, e dopo almeno venti txakurras (cani sinonimo di sbirri in euskal herria, ), o più, cominciarono a sparare alla stessa volta».
Merino racconta che tanto lui quanto Txapas e Pelu, che ancora s’incontravano nell’imbarcazione, saltano all’acqua per riguardarsi degli spari. Nella prima raffica, Già cadono morti due dei militanti dei Comandos Autónomos Anticapitalistas: Pelitxo, che s’incontrava nel suolo firme; e Pelu, nell’acqua.
Appena si silenziano le armi, due imbarcazioni della Guardia Civil -corpo responsabile delle attività subacque e che appoggia l’operativo- cominciano ad avvicinarsi dall’altro stremo, da Pasai San Pedro. Merino ricorda che le barche contavano con potenti luci per la loro buscheda.
Pese a nuotare alcune bracciate sotto l’acqua e riuscire a nascondersi tra alcune rocce che li danno rifugio, Merino indica che il suo intento è inutile: «Mi localizzarono a punta di mitraglietta e mi fecero uscire dell’acqua, subirmi alle rocce e collocarmi con le mani nella testa, insieme a Pelitxo», appunta.
Dopo pochi minuti, secondo ricorda il donostiarra, un’imbarcazione della Guardia Civil trae a Txapas, al che anche obbligano a subire alle rocce, insieme a loro.
I tre rimangono con le mani sulla testa fino a quando un agente gli obbliga a identificarsi. Merino ricorda che fu dopo di dare i suoi nomi quando sì li allontana dei suoi compagni. «I poliziotti stavano molto nervosi, e con insulti e minacce mi dissero che mi separasi alcuni metri», ricorda. Giusto in quel momento, racconta, tre poliziotti vestiti di civili si avvicinano a Txapas e Pelitxo: «Si fermarono a meno di un metro e portavano due mitragliette, -una Ingram 10 e un’UZI- e una fucile di poste (per la caccia)», dettaglia. Merino indica che i suoi compagni non articolarono parola né fecero movimento alcuno: «Solo si è sentito "vai a morire".. e aprirono il fuoco».
Merino sottolinea che non sperava tale cosa. «In quel momento c’immaginavamo arrestati, torturati e molti anni in prigione, però non pensavamo che potevamo morire di quella forma», risalta.
I corpi senza vita dei due giovani cadono all’acqua per la forza degli spari che impattano nei suoi corpi. A Merino le costa contenere l’emozione: «Avevano fucilato ai miei compagni, furono moltissimi i proiettili che impattarono nei loro corpi». Giorni dopo, l’autopsia quantifica in 113 i proiettili incontrati nei corpi senza vita dei quattro militanti dei Comandos Autónomos Anticapitalistas.
Consumati gli assassinati, Merino ricorda che fu trascinato per un sentiero, dove lo sposarono. Lì può osservare ad una coppia che stava anche ritenuta per la Polizia. Dopo seppe che stavano passeggiando per un sentiero nel momento nel quale la polizia prendeva la zona e che erano stati ritenuti prima dell’imboscata per evitare qualsiasi filtrazione d’informazione.
Rosa Jimeno, da parte sua, non può vedere niente, già che continua ritenuta a punta di pistola, con la bocca al suolo. Soffre un grave stato di shock appena sente gli spari e rompe a gridare. Circa di dove si trova si vanno ammucchiando i curiosi. L’oscurità e la situazione lontana dell’inclave non li permite vedere i successi, però si può avvertire la situazione nella quale s’incontra Rosa. I vicini chiedono incluso ai poliziotti, che tengono tagliato l’accesso, un’ambulanza per che la giovane sia assistita.
Quando tutto finisce, due viaggi in varca trasportano ai quattro arrestati, Merino, Jimeno e la coppia di testimoni, all’altra sponda situata in Pasai San Pedro.
I corpi senza vita dei quattro giovani sono trasportati alla Comando di Marina, dove rimangono fino ad essere portati al deposito di cadaveri del cimitero donostiarra di Polloe. Di questa forma si saltano il procedimento giudiziale regolare, che stabilisce che il levantamento dei cadaveri deve realizzarsi nel luogo dei fatti per un giudice forense per chiarire, mediante un processo d’investigazione, i motivi della morte.
A Rosa la portano direttamente alla caserma della Polizia spagnola in Donostia. Al giorno seguente è traslatata a Madrid, e tra undici giorni incomunicata passa per l’Audienza Nazionale spagnola. Tutto il periodo d’incomunicazione lo passa chiedendo per lo stato dei suoi compagni. La rassicurarono che stavano vivi. Non saprebbe la verità fino all’arrivo alla prigione, dove è rimasta per più di tre anni.
Un operativo ben disegnato
Pese a che casi hanno passato un quarto di secolo da quei successi che emozionarono alla società basca, né Merino né Jimeno vogliono dimenticare nessun dettaglio di quella notte del 1984. Merino spiega che l’operativo stava diretto da Madrid, concretamente dalla Brigata Centrale di Informazione della Polizia spagnola; ma, al tener luogo in Gipuzkoa l’operazione contò con la collaborazione della Brigata Provinciale della Polizia spagnola. Mezzi che hanno dato conto di quei morti precisarono che partecipò un gruppo di geos (gruppi speciale della polizia). È più, l’enciclopedia "Euskal Herria e libertà" assicura che questo gruppo speciale di operazioni appartenente alla Polizia spagnola si sposto giorni prima a Donostia, allogandosi concretamente nell’Hotel Londres, per preparare l’azione.
Merino non tiene costanza di questo fatto però racconta a GARA, alcuni particolari dell’operativo. Ricorda che s’iniziò quando uno degli agenti dio l’alto e lanzo uno sparo: «Quello era il segnale perché la ventina di txakurras cominciava a sparare alla volta», appunta. «Pretendevano prenderci per sorpresa e ci riuscirono. Fu una sorpresa totale», aggiunse.
Assicura che anche se erano venti gli agenti, che vestivano di civili, in totale avevano partecipato circa di tre centinaia. «Prima non si prendevano le misure di sicurezza di adesso e a me non mi collocarono una cappuccia quando mi tirarono fuori di lì. Io ho potuto vedere il dispiegamento, era tremendo», assicura.
L’arresto della coppia di testimoni anche crede che fu parte dell’operativo, già che gli arrestarono prima di che succedessero i fatti, per lo che solo ci furono testimoni che ascoltarono cose -senza vedere niente- e l’unico che possono dichiarare sono cose come se la Polizia dio o non l’alto prima di sparare.
La notizia si stesse come la polvere per tutto il paese. La maggioranza dei familiari dei morti conoscerà la morte dei suoi familiari mediante i mezzi di comunicazione, eccetto la famiglia dell’iruindarra Txapas. I suoi tre fratelli furono arrestati mesi prima per la Polizia spagnola e nella caserma gli anticiparono de che suo fratello Rafa risulterà morto. La notte del 22 di marzo del 1984 una chiamata anonima li fa sapere che loro compiono la sua parola. Rafa era morto.
I funerali furono immensi. Al giorno di oggi, le sagome di Pelu, Txapas, Kurro e Pelitxo continuano visibili nella vaia pasaitarra per che i viandanti non dimentichino la tragedia che successe quasi 25 anni fa in quei paraggi.
«Vendetta» per la morte di Casas
Alcuni mezzi e analisti situano l’imboscata come una vendetta del PSOE per l’attentato mortale commesso un mese prima per i Comandos Autonómos Anticapitalistas contro il senatore del PSOE Enrique Casas (uno degli ideatori del Gal). Joseba Merino, al giorno di oggi, non tiene nessun dubbio di ciò. E il fatto di che solo lui uscisse vivo da quella imboscata, a suo giudizio, lo prova ancora di più. Il vicino di Donostia stava accusato di essere uno degli autori di quella azione armata, per lo che «un mese dopo, catturare ad uno dei responsabili della morte di Casas era una valorosa dimostrazione dell’efficacia della polizia», segnala.
Così, Merino assicura che la Polizia teneva gran interesse in ottenere informazione sui Comandos Autónomos Anticapitalistas. Gli interrogatori e le insistenti torture sofferte nella caserma le fecero vedere i punti d’interesse della Polizia: «Sapere se ETA (m) stava dietro l’attentato contro Casas e conoscere le infrastrutture che i Comandos Autónomos tenevano al sud del (fiume) Bidasoa». «Per tutto ciò mi necessitavano con vita», appunta.
Il detenuto donostiarra, che ha rimasto più di 17 anni in prigione, sta convinto di che i poliziotti che si incontravano quella notte in Pasaia «non attuarono così perché li è venuto in mente. La Polizia segue alcune direttrici, una scala di mandi. Primo il commissario, dopo il commissario superiore, il governatore civile, e così fino ai ministri». «Fu una vendetta per la morte di Casas», conclude.
La situazione politica che si viveva in quella època era molto convulsa. Il Plano ZEN (Zona Speciale Nord, una strategia controrivoluzionaria) Già si incontrava in pieno funzionamento con l’incremento del numero di polizie e controlli. Il risultato era una continua aggressione, tanto ai rifugiati che vivevano al nord del Bidasoa come alla popolazione del sud. E i GAL già stavano da alcun tempo lavorando. Cinque mesi prima erano spariti Joxean Lasa e Joxi Zabala, e in dicembre morivano Ramon Oñederra, Kattu, e Mikel Goikoetxea, Txapela. Il giorno 16 mori a mano dei GEO Iñaki Ojeda.
I Comandos Autónomos marcarono come obiettivi ai massimi responsabili di quel Plan ZEN in Euskal Herria: il segretario generale del PSE e candidato a lehendakari (presidente governo basco), Txiki Benegas, e il segretario generale del PSE, Enrique Casas. Finalmente optarono per il secondo e Casas risulterà morto per spari nella sua propria casa, il 23 di febbraio.
113 proiettili impattarono nei quattro corpi dei militanti dei Comandos Autónomos Anticapitalistas. Due di loro morirono nel acqua e due in terra.
Un processo interminabile
1984: Lakua investiga
La commozione sociale occasionata dopo l’imboscata di Pasaia porta a Lakua (depp.giustizia del governo basco) a fare una investigazione quasi privata dei fatti. L’attitudine del TRIBUNALE fu belligerante e contraria all’investigazione. In solo alcuni mesi, il caso rimase archiviato. Gli avvocati ricorrono all’Audienza Provinciale e questa accettò prendere dichiarazione a Jimeno e Merino in prigione. Però le sue dichiarazioni mai saranno inviate al tribunale di Donostia.
1987: Secondo archivio
Quattro anni dopo dei fatti, il caso rimane archiviato per seconda volta senza che si depurino responsabilità.
2000: Nuove diligenze
I familiari delle vittime e l’accusa particolare iniziano nuove diligenze. L’avvocato, Santiago González, osserva allora che manca tutta la parte finale dell’espediente, vuole dire le dichiarazioni dei sopravissuti. Il tribunale decide prendere dichiarazione ai due detenuti, insieme alla coppia di testimoni. E così, si solicita alla caserma l’identità dei poliziotti che parteciparono, conseguendo l’identità di quattro di loro. Nella dichiarazione i quattro agenti indicarono che loro si incontravano in Pasai San Pedro, per lo che solo traslocarono ai detenuti.
Maggio del 2001: medico forense Il magistrato del tribunale di Istruzione Nº 2 di Donostia tomo dichiarazione al medico forense Francisco Etxeberria, che afirma che i dispari si fecero a una distanza corta.
Giunio del 2004: altra fermata
Un giorno dopo d’identificare ad un polizia che poteva tenere relazione con i fatti, il tribunale di Donostia ritorna ad archiviare il caso «per il trascorso del tempo di prescrizione senza che esista autore conosciuto». All’auto fu fatto un ricorso seguendo la dottrina del caso del rapimento di Segundo Marey (per parte dei gal), che raccoglie il «circolo chiuso di responsabili». L’Audienza di Gipuzkoa riapre l’investigazione dei fatti, al considerare che «non può considerarsi prescritto il delitto di omicidio».
2007: identificano a due agenti Il tribunale di Donostia chiama a dichiarare al agente identificato prima della chiusura del caso. Il polizia assicura che i responsabili dell’organizzazione dell’operativo sarebbero il capo della Brigata Centrale d’Informazione e il capo della Brigata Provinciale.
19 di gennaio del 2009 Dopo riattivarsi l’investigazione giudiziale, si prenderà dichiarazione all’allora capo della Brigata Provinciale di Gipuzkoa.
(Gara) http://www.gara.net/paperezkoa/20081229/113896/es/Bahia-Pasaia-emboscada-impune
Intervista a Merino
Nel seguente indirizzo c’è una intervista a Joseba Merino. La realizato un compagno della ZINTZILIK de Orereta (radio pirata) dentro del programma ESCRACHE.é molto interessante...sentir la storia per uno protagonisti. Homepage:: http://www.radio4all.net/proginfo.php?id=22432
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