[G8- genova] "non verremo piu in italia"
  16-11-2008 22:44
Autore : afroditea
 
 
  da www.ilmanifesto.it

SENZA VERGOGNA
«Non verremo più in Italia»
Il giorno dopo il colpo di spugna sui pestaggi nella scuola Diaz, non si placa la rabbia delle vittime. Gli stranieri scappano specificando di non voler mai più mettere piede nel nostro paese. E gli italiani provano a reagire: «La nostra battaglia legale proseguirà»
Alessandra Fava
GENOVA
 
     
  Mai più in Italia. Qualcuno degli stranieri l'ha giurato e ha preso un treno già nella notte o ieri mattina in tutta fretta dopo aver ringraziato avvocati e segreteria legale. In qualche modo la sentenza dell'altro ieri notte li riporta al foglio di via ricevuto sette anni fa, quando furono allontanati dall'Italia con l'interdizione di tornare per tre anni, provvedimento poi sospeso quando intervenne l'archiviazione dei reati di cui erano accusati dalla cosiddetta «perquisizione» alla Diaz: associazione a delinquere finalizzata a devastazione e saccheggio, resistenza aggravata a pubblico ufficiale e possesso di congegni esplosivi e armi improprie. Dei 93 molti ieri erano in aula e sono restati senza parole quando tra facce allibite, traduzioni approssimate e frasi in inglese hanno capito che cosa stava succedendo. «Non mi aspettavo assolutamente una sentenza simile - dice un tedesco - sono scioccato. Praticamente i responsabili non pagano niente. È veramente un segno pessimo, un esempio pessimo. Per il futuro la polizia impegnata in azioni repressive saprà che potrà fare quello che vuole senza essere condannata». Sara, un'italiana che ai tempi della Diaz aveva 21 anni e studiava arte, l'altra sera non riusciva a trattenere le lacrime: «Mi viene solo da piangere. È deprimente, li assolve e li autorizza a fare quello che hanno fatto a noi. È terribile». È quello che sostiene anche Arnaldo Cestaro, il più vecchio della Diaz, oggi rottamatore in pensione, al quale sette anni fa furono rotti un braccio e una gamba: «Non c'è più democrazia. Vogliamo la revisione di questo processo. È una grande vergogna per l'Italia e per qualsiasi paese». Arnaldo è uno di quelli che mese dopo mese, anno dopo anno, è sempre stato in aula e alla fiaccolata davanti alla scuola la notte del 21 e lo scorso anno aveva ammonito: «La democrazia non è data per sempre, è un bene da difendere ogni giorno».
Il vero interrogativo è come abbiano fatto a «dimenticare» i verbali falsi, le molotov e la presenza dei capi alla scuola. Al presidente della prima sezione penale Gabrio Barone che dichiarava ieri mattina che «si dovrebbero prima leggere gli atti e vedere le prove, poi si può criticare», l'avvocato Emanuele Tambuscio, che difende cinque persone, risponde che «il tribunale sarà in grande difficoltà a motivare l'assoluzione dei firmatari dei verbali falsi. Dal punto di vista tecnico dovranno fare un esercizio acrobatico». Tra gli aspetti più surreali, ad esempio, nei verbali si attesta che quella notte gli occupanti della scuola ricevettero l'avviso della facoltà di farsi assistere da un legale durante la perquisizione, come previsto dalla legge pena l'annullamento della perquisizione stessa, ma dissero di no. Tutti quelli della Diaz hanno detto in tribunale che non fu mai chiesta una cosa simile altrimenti avrebbero detto di sì.
Una delle mamme che si sono costituite parte civili alla Diaz per testimoniare che anche cercare un figlio per due giorni senza trovarlo è un vulnus, Enrica Bartesaghi, presidente del Comitato verità e giustizia, dice che «la sentenza è un insulto all'intelligenza degli italiani. Allora assolvi tutti e dicci alla Diaz non è successo niente. Oppure non puoi dire: è vero ci sono state le lesioni e quindi condanno da Canterini in giù, insomma tutti i pesci piccoli. E quelli che erano lì fuori? Gratteri era lì, Luperi era lì. E il sacchetto delle molotov che girava con i capi? Sono sette anni che vengo in aula e leggo la legge è uguale per tutti, non è vero. Si condannano i minori, tra due mesi è tutto prescritto e quelli continueranno a fare i poliziotti e a massacrare la gente». Il legale del Gsf, Dario Rossi, aggiunge che «la ciccia è che hanno colpito i peones e hanno avuto paura di toccare gli altri. Insomma lo stato non giudica se stesso. Sono stati promossi, sono stati difesi dall'arringa dell'avvocatura di stato, non li hanno condannati per i verbali falsi e le calunnie che sono nero su bianco».
Anche i risarcimenti che superano gli 800 mila euro sono un'inezia in confronto alla media di 40 mila euro di provvisionale chiesta dai legali delle parti offese: «Io per esempio assisto Suna Gol, torturata prima in Turchia e che al G8 era ancora in terapia psichiatrica - dice l'avvocato Massimo Pastore che difende tre vittime della Diaz, tra cui oltre alla Gol c'è l'inglese Mark Covell - alla scuola l'hanno riempita di botte, poi sanguinante è stata a Bolzaneto senza soccorsi medici e ora le hanno riconosciuto una provvisionale di 5 mila euro».
Heidi Giuliani, che l'altro ieri sera era tra il pubblico insieme a tanti genovesi del movimento e delle associazioni, conclude: «Mi sembra perfino esagerato chiamarla sentenza, l'impunità continua e dobbiamo essere ancora più preoccupati per il futuro di questo paese».
 
     
   
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  amnistia 2008-11-16 22:49  
L'ANALISI
Ecco perché ci voleva una battaglia per l'amnistia. Ai movimenti
Luca Casarini


Come si fa a non dire che la sentenza sui crimini commessi dalla polizia alla scuola Diaz di Genova è semplicemente scandalosa, vergognosa, ignobile? Lo è, come lo sono tantissime vicende che riguardano l'impunità delle forze dell'ordine di fronte a leggi, costituzione e diritti umani. Ma ci voleva la sentenza in questione per farci dire che «la legge non è uguale per tutti»? Qualcuno si aspettava veramente che lo Stato si lasciasse condannare dentro un tribunale, ammettendo di fatto quello che tutti sappiamo, e minando alla radice ogni credibilità dei suoi apparati? Come dire che 60 anni di storia sono passati per niente. Forse che le stragi che hanno insanguinato questo paese contro i movimenti sociali sono state meno devastanti? Eppure i colpevoli veri nessun tribunale li ha mai condannati. Sono stati tutti individuati, come per la Diaz e per Genova, ma appunto «amnistiati».
La sentenza riafferma il principio che lo Stato, quando ne ha la necessità, può violare la legge anche oltre la costituzione. E il meccanismo giudiziario che si mette in moto, quando ciò che avviene coinvolge lo spazio pubblico, o addirittura diviene esso stesso spazio pubblico, va corretto politicamente. Certo, si fabbricano e si distruggono prove materiali, si inventano giustificazioni e si producono carte false, ma alla base vi è un impegno, un'entrata in gioco dello spazio politico che si riconosce sostanzialmente nelle regole del gioco. Perché Prodi, altrimenti, avrebbe esso stesso promosso il responsabile numero uno delle violenze di Genova, cioè l'allora capo della polizia De Gennaro? Lo spazio politico della governance interviene quando ad essere minacciata è la stessa fonte di credibilità e legittimità dello stato, con una azione bipartisan, certamente diversa nei toni, nelle sfumature, ma che concorre allo stesso obiettivo. Quando in buona fede o no si ripongono tutte le forze sul meccanismo della giustizia tramite i tribunali, senza un minimo di riflessione sul fatto che essi sono parte del problema e non della soluzione, oppure sulle commissioni di inchiesta, e si sottrae questa forza allo spazio politico del movimento, cioè alla sua autonomia, si fa il loro gioco. Alla Diaz hanno deciso di procedere, tutti, per l'amnistia alla polizia. Qualcuno voleva l'assoluzione di ogni poliziotto, qualcun altro propendeva per l'invenzione dei buoni e dei cattivi. Alla fine tutto è prescritto, condonato, sistemato. È quindi una scelta politica, non una generica impunità dovuta a collusioni tra apparati.
Questo non significa che non bisognava condurre una battaglia anche in tribunale, ma in funzione di qualcos'altro, e su altri presupposti. In funzione della controinchiesta, della possibilità di scardinare il più possibile la clandestinizzazione del dispositivo di repressione. Con il presupposto che l'unica forma di giustizia possibile dallo stato sarebbe potuta essere solo l'amnistia per tutti i manifestanti colpiti da procedimenti giudiziari per le lotte di quei giorni. Invece l'amnistia se la sono fatta solo per loro, usando un vuoto di proposte del movimento. Un errore strategico che forse è lo stesso di cui parla Ferrero, quando si riferisce al tentativo di qualcuno, che poi è finito male, di far diventare quel grande movimento una cosa interna ai partiti e all'Unione. La battaglia per l'autonomia dei movimenti ha significato per molti di noi anche non prostrarci su commissioni parlamentari o fiducia nei tribunali, e invece parlare di amnistia per i manifestanti di Genova già da tempo. È un argomento, questo dell'autonomia di scelte, di pratiche e di obiettivi, più attuale che mai. Ne parla con mille voci e nemmeno una bandiera un movimento nuovo ed enorme, che disegna una realtà che è il contrario di un regime, dove tutto è pacificato.
libere tutti