Tema/i | media/net-attivismo | Archivo press : le virtù del tumulto
  12-10-2011 10:53
Autore : Augusto Illuminati /DeriveApprodi
 
 
  Una tesi semplice: a sovranità rivoluzione, a governance tumulti. Dunque, teorizzazione dei tumulti prima di quella della sovranità a ridosso dell’assolutismo cinquecentesco, ideologia tumultuaria nel declino della sovranità e delle illusioni rivoluzionarie. Precisando, appunto, che abbiamo a che fare con condotte simili ma formalizzazioni dissimili, soprattutto nel loro rapporto con una filosofia della storia. Forse anche con oggetti diversi: la pluralità pre-moderna di Historiae, la Geschichte otto-novecentesca come singolare collettivo che imprime un’accelerazione impetuosa al corso degli accadimenti, la pluralità nella percezione contemporanea di serie storiche.
Pratiche, rivendicazioni, vocaboli consonanti: democrazia, liberazione, tumulti, insurrezione, barricate… Procediamo per associazioni di idee e nomi. C’è qualcosa in comune, di spendibile oggi?
 
     
  Sì, certo, se tumulto è di più agevole pronuncia che non rivoluzione, di essa meno compromesso e usurato ma che ne trattiene la forza, il desiderio, con minori rischi di infilarsi nel garbuglio di avanguardia e presa del potere, transizione e potere costituente, riformismo e messianismo. E beninteso dei concetti opposti: potere destituente, contrazione nel presente, no future, evento, spontaneità lampeggiante… Garbato espediente con cui ci si scosta dalla coppia esodo-rivoluzione, dopo aver scavallato quella rétro di riforme e rivoluzione, ritrovandoci però sulla linea di partenza. Perché i tumulti differiscono fra loro, si riscontrano in situazioni affini tanto all’esodo quanto alla rivoluzione e perfino alla controrivoluzione, perché servono a classificare in negativo una condizione di apertura: democrazia del tumulto, società del conflitto, eccedenza pluriversa riguardo a ogni universale conclamato. Lo scontro installa e tiene in vita le istituzioni senza esaurirsi in esse. Costituente e costituzionalizzabile, il tumulto non è pertanto mera jacquerie, si oppone a ogni sublimazione teologica, a ogni rinchiudersi del molteplice nell’Uno: l’ordine definitivo che segue il grande disordine, l’armonia restaurata dopo l’ultima violenza. Nel disincanto post-rivoluzionario il tumulto promette la revoca fulminea del fatto compiuto, opera la cacciata simbolica del tiranno, la sospensione illegale della legge incartata. Fiorisce con il disagio sociale senza contenere di per sé una strategia, che pure potrebbe veicolare o suggerire. Non legifera sull’universale (come il sovrano, Stato o Rivoluzione) bensì suggerisce esempi per il bios in comune. Mischia defezione e protesta, exit e voice. Solo in superficie possiede l’istantaneità presunta dell’eterno e del miracolo, con cui condivide l’interdizione dell’ordine: in realtà fa presa nella misura in cui innesta un processo durevole, fa precipitare il clinamen ribelle in sequenza costruttiva, riesce a far regola della propria eccedenza, norma della propria deviazione. Scorre nel fare comune delle singolarità e delle differenze.
I tumulti del passato – Machiavelli ne sarà campione – non sono assimilabili se non di striscio a quelli moderni e anche quelli contemporanei sono leggibili in modo assai diverso a ogni salto di generazione, al punto tale che perfino gli autori di questo libro devono sottoporsi a un incessante travaglio traduttivo delle loro soggettive esperienze. L’unica costante del tumulto (come del Wunsch freudiano) è di essere particolare, irriducibile e inconfrontabile. C’è qualcosa di persistente fra piazza del Popolo a marzo 1977 e il 14 dicembre 2010? Fra Genova 1960 e 2001?
Sali dolcemente il pendio di Belleville per rue Ramponeau e arrivi all’angolo con rue Tourtille, dove il 28 maggio 1871 resistette, al dire di Lissagaray, l’ultima barricata della Comune di Parigi. Per quanto sia uno degli angoli meno gentrificati del quartiere, a tutt’oggi fitto di murali e residenze popolari, la memoria delle barricate vi è appena una traccia nell’immaginazione, riattivabile però quando ritornano le sommosse nelle banlieues, nei centri di Roma o Londra o Tunisi invasi dai ragazzi delle periferie – sempiterna figura del mob, della racaille. Cosa vi è di reale? Cosa di conforme? Nulla e tutto. Diciamolo in negativo (è maledettamente più facile) usando le espressioni oracolari con cui Lacan conclude il Seminario VII: Alessandro arrivato a Persepoli parla come Hitler a Parigi. Sono venuto a liberarvi da x o da y (le discrepanze di preambolo non contano). Segue il messaggio decisivo: continuate a lavorare, che il lavoro non si fermi. Intendiamoci bene, il cambiamento non deve diventare l’occasione per manifestare il benché minimo desiderio. Per i desideri, ripassate. Possono aspettare. Fine dell’oracolo.
La rivoluzione troppo spesso termina così. Magari potremmo ripensarla in altra forma, vedremo. Il tumulto sta al di qua del ritorno all’ordine. Per questo è fascinoso. Forse insufficiente, facile da sconfiggere, e dopo tutto torna come prima. Andiamo a scrutare dove porta il sentiero. Quali territori traverseremo? Dapprima gli abbagli evolutivi del socialismo ottocentesco, che riflettono lo spontaneo dilagare di una religione del progresso e cui si oppone rudemente il tardivo giacobinismo di Buonarroti e la realtà delle sommosse, poi – con un passo indietro – le premesse teologico-politiche poste dal monoteismo (neo)platonico e cristiano, infine la suggestione di un politeismo che la faccia finita con l’egemonia dell’Uno. La seconda parte sta più a ridosso del contemporaneo: fenomenologia ed esemplarità dell’insorgenza, l’arco delle differenze che compongono la democrazia e la sollecitano in senso espansivo, la pratica del comune e dell’eccedenza. Nella logica del tumulto la differenza non è sacrificata alla superstizione del destino rivoluzionario come Ifigenia né testimonia da nobile vittima del contropotere statuale come Antigone, ma getta la sua sfida come fuori-di-conto, mette a rischio la vita, ci prova come la nomade Pentesilea.
 
     
   
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