Francia/Italia: non c'è solamente il calcio nella vita
  29-08-2008 14:31
Autore : afroditea
 
 
  Il seguente testo, tradotto dal francese, è stato scritto da alcuni attivisti francesi facenti parte di gruppi di sostegno alle comunità Roms della Seine Saint Denis (Bagnolet, Montreuil, Saint-Ouen) in periferia di Parigi, per denunciare le politiche repressive che si stanno abbattendo su queste popolazioni in Francia come in Italia.  
     
 
Francia / Italia
Non c’é solamente il calcio nella vita !

Se c’è una costante con la quale i poteri pubblici francesi hanno affrontato, negli ultimi 6 anni, la questione dell’immigrazione rumena e bulgara, soprattutto Rom, é sicuramente quella della repressione. Repressione che assume forme diverse.

Con questo testo vorremmo informare delle diverse pratiche repressive legate alle trasformazioni giuridiche che hanno indotto l’entrata della Romania e della Bulgaria nell’Unione Europea.

Fino al primo gennaio 2002 i cittadini rumeni e bulgari dovevano sottostare all’obbligo di visto, come del resto tutti gli stranieri provenienti da nazioni non europee. Tra di essi parecchi Rom hanno cercato d’ottenere l’asilo in Francia. Per la maggior parte senza successo.

In seguito, tra il 2002 e il 2004, il fatto di non piú necessitare un visto per l’entrata in Francia, ha costituito un nuovo motivo d’espulsione. Articolo di legge estratto dalla convenzione di Shengen, (articolo 5-1-C) che stipula che un turista (in questo caso lo status giuridico di cittadini rumeni e bulgari) debba disporre delle risorse sufficienti per potersi stabilire per un certo periodo su suolo francese (50 euro al giorno), non veniva considerato sufficiente dai tribunali francesi per procedere all’espulsione. Solo in un secondo tempo, grazie anche a una questione di giurisprudenza, la posizione dei tribunali cambierà. E sarà proprio questa ragione, la povertà, come spiegheremo di seguito, quella che definirà le future espulsioni.
Espulsioni, ci teniamo a ricordare, che comportano sempre la distruzione dei luoghi abitativi, obbligando queste persone a reinstallarsi sempre piú lontane dai centri abitati in condizioni di abbandono totale.

Il secondo periodo (2005-2006) é caratterizzato dalla distruzione delle bidonvilles, puntualmente accompagnato da arresti di massa e da deportazioni collettive. La polizia francese ritrova cosí la cultura delle « rafles ». Interessante notare che nonostante non ci sia nessun dubbio sul carattere razzista di queste politiche repressive, a livello di testi giuridici non compare assolutamente nessuna considerazione etnica o nazionale. Al contrario i testi in questione permettono l’espulsione dal territorio di stranieri poveri. Se infatti l’espulsione di uno straniero in base a delle ragioni d’appartenenza nazionale o etnica risulta politicamente indifendibile, é al contrario perfettamente giustificabile l’espulsione di un povero.
E nessuno ne avrà da ridire. Come ad esempio la maggior parte delle organizzazioni di sostegno che rimarranno quasi unicamente sulla questione dell’antirazzismo avventurandosi molto raramente su quelle economiche.

L’efficacia di queste politiche d’espulsione di massa dei poveri è visibile in una stessa dichiarazione del governo francese che ammette che i rumeni e i bulgari rappresentano un quarto dell’espulsioni totali in Francia. Per realizzare questo obiettivo ci si è dovuti confrontare con un’unica difficoltà giuridica: la legalità della denuncia. Sembrerebbe infatti stupido ma per espellere uno straniero lo si deve denunciare. La procedura francese vuole che al di là dei due giorni di detenzione amministrativa e nell’attesa dell’espulsione, un giudice dovrà verificare la legalità della denuncia. L’amministrazione ha così dovuto trovare una giustificazione giuridica per penetrare nelle bidonville, che sono sì degli squat in terreni privati o pubblici, ma che hanno giuridicamente lo statuto di domicilio e che necessitano quindi l’autorizzazione di un magistrato per entrarci. È la ragione per la quale le rafles di rumeni e bulgari, per la maggior parte dei Rom, sono state accompagnate da una corposa campagna mediatica . Ogni operazione d’espulsione veniva accompagnata da un articolo che ricordava la pericolosità di queste persone senza legge né fede. In effetti i poliziotti per ottenere l’autorizzazione che consentiva loro l’entrata nei domicili, facevano valere al magistrato la necessità di procedere a delle denunce per tre sorti di delitti: occultamento, proselitismo e furto. Nella maggior parte dei casi non c’è poi stata una denuncia sulle basi di questi delitti e la perquisizione rimaneva in attesa in procedura amministrativa in vista delle loro espulsioni.

La terza tappa (2007-2008) della campagna repressiva vede l’entrata della Romania e della Bulgaria nell’Unione Europea. Essendo in questo modo diventati cittadini europei, la precedente motivazione estratta dalla Convenzione di Shengen, non poteva piú venire applicata. La legge europea permette peró di limitare la libertà di circolazione di un cittadino dell’Unione Europea, all’interno di un altro stato membro, per ragioni di ordine pubblico. All’inizio del 2007 quindi le rafles nelle bidonville sono continuate come se l’entrata nell’Unione non avesse cambiato niente. L’amministrazione francese aveva semplicemente cambiato la motivazione da « mancanza di risorse » a quella di « rappresentare una minaccia per l’ordine pubblico ». Improvvisamente il fatto di squattare un terreno, di rubare un profumo in un supermercato o di prendere dei cavi nei rifiuti di France-Telecom diventava un motivo d’espulsione. Ma anche qui i giudici francesi hanno trovato da ridire. Da una parte hanno trovato che la definizione d’ordine pubblico era interpretata un po’ troppo « soggettivamente » dalla polizia francese e dall’altra che le procedure d’espulsione non rispettavano le garanzie procedurali concernenti l’allontanamento dal territorio di qualsiasi cittadino dell’Unione. In particolar modo quella che impone all’amministrazione di dare un mese di tempo alla persona per lasciare liberamente il paese.

Sarà proprio quest’ultimo argomento quello che orienterà l’amministrazione verso un nuovo metodo da affiancare alle vecchie procedure. L’amministrazione deve quindi concedere un mese alla persona per lasciare il territorio liberamente. Nei fatti significa che quando la polizia arresta un bulgaro o un rumeno gli notificherà l’espulsione, ma lo dovrà lasciare libero almeno per un mese per, se lo vuole, ripartire volontariamente. Ne risulta che per l’efficacia poliziesca questa procedura è una mancanza a cui bisogna rimediare al piú presto. Risultava evidente che bisognava trovare un’altra soluzione per continuare a deportare in maniera massiccia questi poveri e per rispettare il numero di deportazioni annue promesse dal governo.

In queste circostanze appare per la prima volta « l’aiuto al ritorno volontario ».

L’aiuto al ritorno volontario

Ufficialmente consiste in un atto di carità da parte dello Stato che propone dei soldi a uno straniero privo di risorse per reinstallarsi nel « suo » paese. Concretamente peró non cambia nulla e le incursioni di polizia nelle bidonville continuano sotto le false spoglie di partenze volontarie e non più forzate come prima. Allo scopo d’ottenere queste partenze volontarie le operazioni di polizia sono intraprese senza lasciare nulla al caso: minacce o espulsione dal terreno, notifica delle misure d’allontanamento e proposta di 320 euro (inizialmente 150) per ritornare in Romania o in Bulgaria, con la promessa di un finanziamento fino a 3660 euro per intraprendere un progetto economico (cosa che quasi mai accade…) all’arrivo nel proprio paese. Coloro che rifiuteranno queste partenze volontarie verranno allora minacciate con la prigione. In sostanza le autorità dicono a queste persone « prend l’oseille et tires toi sinon je te fous en taule ! » (prendi la grana e vattene se no ti sbatto dentro !). Ed ecco che improvvisamente tutti diventano presunti volontari alla partenza nonché fonte d’orgoglio televisivo per il ministro dell’immigrazione e dell’identità nazionale .

É cosí che avvengono le deportazioni odierne: il massimo del cinismo che fa credere all’opinione pubblica che queste persone accettano di partire volontariamente.

In questo momento l’amministrazione francese notifica migliaia « d’obblighi di lasciare la Francia » su basi che, come visto in precedenza, fanno leva sulle nuove leggi europee che permettono di limitare la libertà di circolazione intra-europea per motivi di mancanza di risorse e/o per essere un carico esagerato per il sistema d’assistenza sociale del paese d’accoglienza, », continuando per il momento a privilegiare il ritorno « volontario » all’utilizzo della forza.
Quello che avviene è in fondo una battaglia giuridica sulla quale la giurisdizione francese dovrà al più presto prendere posizione.

I rumeni e i bulgari, in maggioranza Rom, che durante il nazismo fungevano da topi da laboratorio, sono l’attuale terreno di sperimentazione della burocrazia europea per quel che concerne il diritto dei poveri a circolare liberamente in Europa, odierni capri espiatori delle politiche securitarie e xenofobe dei governi europei.
Cosa che fa molto meno male!

La « legalità » italiana

Al di là delle alpi, parallelamente alla repressione sistematica con le continue espulsioni delle « bidonville », esistono peró anche alcune « installazioni legali».

In Italia, paese dove si è appena votata una legge per schedare i Rom (dna, impronte digitali, foto segnaletiche,…) e piú precisamente a Milano in via Barzaghi, alcune centinaia di Rom d’origine bosniaca e rumena, sono stati sistemati in baracche-containers, in un terreno comunale tra la ferrovia e l’immenso muro del cimitero della città, in quelli che vengono definiti dei campi « legali » dalla municipalità.

Per installarsi in questi campi, gestiti dalla Casa della Carità, i Rom hanno sottoscritto « un patto » impegnandosi a non ricevere visite (divieto a qualsiasi persona sconosciuta all’accampamento d’entrare sul terreno e di ricevere amici o famigliari), a pagare l’elettricità utilizzata (le tariffe a Milano sono dai 600 ai 1000 euro al mese per i non-residenti) e a mantenere un lavoro il piú precario possibile. Sorvegliati da guardiani e assistiti da organizzazioni umanitarie, hanno la vaga possibilità di rimanere per quattro anni senza comunque nessuna certezza sull’avvenire.

Nell’ambito della vasta campagna di controllo sociale delle popolazioni, il panorama italiano qui brevemente descritto, risulta in maniera molto simile a quello francese.

La selezione francese

In Francia, le autorità cittadine, molto spesso dopo aver sollecitato l’espulsione di parecchie centinaia di persone, decidono di fare delle liste e di scegliere qualche decina di famiglie selezionandole in base a dei criteri di polizia (bambini scolarizzati, permesso di lavoro e versamento della tassa di 850 euro che il datore di lavoro deve pagare alla DDTE , lingua francese parlata, …) . Lo scopo evidente di queste politiche è il tentativo di creare un progetto del tipo baracche-foyer dove i residenti risulteranno piú facilmente controllabili e ricattabili. Politiche simili sono adottate a Nantes, a Tours e in banlieue parisienne a Aubervilliers e a Bagnolet. Qui, dopo un incendio di una bidonville, i Rom sono stati collocati d’urgenza in un vecchio centro dopo scuola, dove hanno vissuto per tre anni in autogestione e in completa autonomia. Da circa un anno il municipio li ha reinstallati in containers mantenendo le stesse condizioni d’accerchiamento e di controllo: vigili e cani, regolamento interno, perquisizioni e visite vietate a persone sconosciute. Questa volontà d’isolare e rinchiudere è peraltro strettamente legata al monopolio-controllo della situazione che si prefigge tra le altre cose di nascondere ancor di piú alla popolazione « gli invisibili » della nostra società.

In Francia come in Italia « rompere le barriere »

Oggi con le sue strutture tipo baracche, installate su terreni comunali, accerchiati da vigili e gestite da associazioni avide di finanziamento e da funzionari zelanti, la lotta da intraprendere, in città nelle quali la solidarietà rima con paternalismo e infantilismo, è quella di tentare di rendere autonomi i luoghi di vita di queste persone.

Sull’esempio delle giornate antirazziste del giugno scorso a Milano che, tenutesi grazie alla determinazione e al rapporto di forze creato dal movimento, la sfida che ci compete è di continuare a rompere le barriere create da queste politiche escludenti.

(1) È durante questo periodo che gli autori di questo testo fondano un comitato di sostegno ai Roms di St. Denis mentre un po’ dappertutto in Francia nascono comitati simili su iniziativa di grosse ONG caritatevoli, grazie agli abitanti del quartiere dove sono presenti le bidonville o ancora su iniziativa di entrambi.

(2) Nel testo faremo attenzione a utilizzare la dicitura « rumeni e bulgari » nonostante la proporzione dei rumeni in Francia sia molto più elevata di quella dei bulgari. Ci spiacerebbe in questo senso dimenticare « i bulgari » e ci teniamo a trattarli in maniera identica.

(3) Pratica di rastrellamento utilizzata durante il governo di Vichy nella seconda guerra mondiale quando la polizia francese e l’esercito tedesco arrestavano e deportavano gli ebrei francesi. Oggigiorno si riassiste a l’utilizzo di queste pratiche per arrestare e in seguito espellere i sans papier e in questo caso i Rom. (ndt)

(4) Si veda l’articolo « Sarkozy et l’invention de la mafia roumaine »  http://lmsi.net/article.php3?id_article=356

(5) È il nuovo governo Sarkozy che ha introdotto per la prima volta questo ministero per gestire e controllare l’immigrazione in modo strumentale con il pretesto di voler preservare l’identità nazionale francese e per non permettere un « imbastardimento » culturale (ndt)

(6) Occorre ricordare che in Francia il datore di lavoro per poter assumere un lavoratore straniero non facente parte dell’Unione Europea deve pagare una tassa di impiego di 850 euro. Inoltre per quel che riguarda i lavoratori bulgari e rumeni, essi hanno accesso unicamente a un numero limitato di impieghi (62). (ndt)

(7) Direcion Départementales du Travail et de l’Emploi

(8) In questi giorni ad esempio il piú grande campo Rom in Francia situato a Saint- Ouen, municipio comunista nella Seine St. Denis alla periferia di Parigi, verrà sgomberato. Sulle circa 630 persone registrate all’interno del accampamento una sessantina é stata selezionata per poter risiedere regolarmente su suolo francese. Le altre dovranno abbandonare la Francia al piú presto in quanto il terreno verrà distrutto. (vedi articolo del quotidiano le Parisien
 http://www.leparisien.fr/seine-saint-denis-93/le-plus-grand-bidonville-rom-de-france-va-disparaitre-24-08-2008-167080.php) (ndt)


 
     
 
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