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 :: Militärische Uebung im Tessin/Italien ::
 Themen | Antifaschismus | Krieg+Militarismus 19-06-2016 17:38
AutorIn : fight all states/borders
Zwischen dem 19. und 22. Juni findet im Grenzgebiet zwischen Chiasso und Come eine grosse militärische Übung statt die den Namen „Odaleschi“ trägt. Dabei beteiligen sich die Schweizer sowie die Italienische Armee. Sie üben den Ernstfall eines brennenden Güterzuges, welcher schädliche Substanzen transportiert. Sie üben die Evakuierung der Bevölkerung zusammen mit verschiedenen Polizeikräften, Grenzschutz, Feuerwehr etc.

Hier der ital. Aufruf dazu:
Svizzera | Italia - Esercitazione Odaleschi: tra militarizzazione e propaganda del rischio

Riceviamo e diffondiamo:

Esercitazione Odescalchi, un'altra lettura

Tra il 19 ed il 22 giugno prossimo, nella zona di confine tra Chiasso e Como, si svolgerà un'imponente esercitazione militare, denominata "Odescalchi". L’esercito svizzero e quello italiano sono i due protagonisti, ma a gestire l'incendio di un treno merci contenente sostanze nocive e l'evacuazione della popolazione dall'area ci sono anche i diversi corpi di polizia, le guardie di confine, la protezione civile, i vigili del fuoco, ossia tutte le rotelle dello stesso ingranaggio, che possiamo denominare repressione, guerra, controllo, democrazia, Stato.
Naturalmente non poteva mancare la RUAG, azienda elvetica produttrice di tecnologie belliche, fornitrice dell’esercito svizzero ed esportatrice di armi. Le ferrovie svizzere (SBB-CFF-FFS) collaboreranno, mettendo a disposizione il treno che subirà l’incidente. Mentre per documentare il tutto, saranno presenti i media di regime, l’RSI (radio-televisione della Svizzera Italiana), i quali già ora non hanno mancato nell'elogiare l'esercitazione per il suo nobile scopo: la protezione della popolazione.
In tempi resi incerti dai continui allarmismi mediatici, la gente ha bisogno di sentirsi maggiormente rassicurata e protetta, per cui eccoli, a mobilitarsi in 5'000 per sbarcare nel mendrisiotto e mettersi in bella mostra nell'esercizio della protezione civile.

La percezione che abbiamo noi è però ben diversa, e nella loro retorica senza macchie e sbavature vi scorgiamo crepe e specchietti per le allodole.

Abituarci alla nocività

Il progresso industriale ci ha fatto ritrovare a vivere le nostre vite in ambienti colonizzati dalle esigenze dell'economia di mercato e della società tecno-industriale. L'aria si fa sempre meno respirabile e le "superfici verdi" spariscono per fare posto all'urbanizzazione che avanza. La Svizzera è riconosciuta a livello internazionale, almeno in ambito turistico, come un’oasi di natura incontaminata. Montagne, boschi, sorgenti da cui zampilla acqua fresca e pulita. Il turismo è evidentemente una forma di marketing subdola tanto quanto schizofrenica, che elogia vallate incontaminate ma si dimentica di qualche altro piccolo dettaglio: di Beznau, la centrale nucleare con i suoi 47 anni di produzione di scorie radioattive di cui tutt'ora s'ignora il modo con cui smaltirle, del distretto farmaceutico basilese con il suo inquinamento delle falde acquifere e dei suoli per i decenni di attività di industrie chimiche e farmaceutiche (alcune delle quali di proprietà di politici del governo elvetico) dei concimi, diserbanti e trattamenti “fitosanitari” chimici spruzzati costantemente, senza i quali l’agricoltura convenzionale moderna non può campare, delle sedi delle multinazionali (da nestlè a novartis) che hanno più scheletri che soldi negli armadi, degli assi stradali che ci regalano enormi quantità di CO, O3, NO2, SO2, C6H6, PM10, PM2.5 e tante altre schifezze. Insomma, l'isola felice non c'è. Non esiste più fiume o boccata d'ossigeno che non contenga sostanze chimiche nocive e il funzionamento della società tecno-industriale ha bisogno del loro continuo passaggio attraverso l’Europa.
L'esistenza e l'impiego di queste nocività, nonché il loro frequente traffico (anche da Chiasso) non viene messo nemmeno in discussione pur davanti alla triste realtà che parla da sé: nei numeri di tumori che colpiscono le persone, negli ecosistemi che spariscono, nel cambiamento climatico in atto ecc. Anzi, attraverso questa esercitazione militare provano invece a legittimarne e a tutelarne l’utilizzo, fornendo alla popolazione una sensazione di rassicurazione. Viviamo in un territorio riempito di nocività ma tutto è sotto controllo!
L'ordine impartito è: ubbidire e sottomettersi alla nocività.

Esercitarci alla sottomissione

Sin da piccoli/e siamo abituati all'obbedienza. Dai genitori, ai docenti, ai preti, agli allenatori, agli sbirri... ci crescono inculcandoci profondamente l’idea di dover ubbidire e sottostare a delle figure autoritarie. L'esercito è anche tra queste, anzi, storicamente, quella più ossessionata con l'ubbidienza e la sottomissione. L'uniforme non tollera la discussione, impartisce comandi. D’altro canto, siamo stati/e abituati/e a pensare di vivere in una società libera, capendo però che è libera soltanto nella misura in cui ciò che siamo liberi/e di fare è deciso da uno Stato autoritario. Sappiamo bene tutti/e infatti, che nel caso dovessimo vivere un “evento eccezionale”, che sia una "catastrofe naturale" o piuttosto un "attentato terroristico", le nostre libertà non saranno più trattabili e il nostro vivere quotidiano sarà sottomesso ad arbitrarie restrizioni: le "disposizioni emergenziali". Nell'ultimo decennio lo stato di emergenza attuato dai regimi democratici europei, cavalcando l’onda degli attacchi terroristici, attraverso le politiche populiste, le campagne razziste (vedi l'attuale legge contro la dissimulazione del volto detta “anti burqa”) contro i flussi migratori, ha preparato un terreno fertile in cui la paura e l’insicurezza comune fanno da concime ai semi del controllo e della militarizzazione del territorio.
In un decennio, attraverso lo stato di emergenza continuo con cui mediaticamente veniamo martellati/e dal quel lontano 11 settembre 2001, è stata costruita una formidabile accettazione popolare alla militarizzazione del territorio e, senza più un vero fronte in cui si combatte, la guerra è tra le nostre vite, nelle vie addobbate da telecamere, è in un telefono controllato, in un’abitazione perquisita, in un blocco di polizia, in un individuo sbattuto fuori da un treno al confine, in migliaia di morti nei mari o nei campi profughi. I due antagonisti sono il controllo e chi da esso vuole sfuggire e combatterlo.
La libertà è un bene in concessione e non una condizione che ci appartiene. L'Operazione Odescalchi è qui a ricordarcelo e ci aiuta a interiorizzare la nozione per cui non sottomettersi non è un opzione.

Ricordarci la repressione

Sbirciando tra i contenuti dell’esercitazione, notiamo un inaspettato legame tra i compiti che verranno svolti dai militari durante quest'ultima e una, se non l'unica, situazione di reale "emergenza" prospettate a breve termine dai maghi degli uffici di polizia della Confederazione. Si aspettano, naturalmente, l'“invasione” di massa da parte di migranti durante il periodo estivo. Guarda caso, negli ultimi mesi è stato anche deciso, in ambito governativo, che in caso di una "crisi migratoria" l'esercito potrà essere impiegato lungo le frontiere e già da subito le reclute si stanno esercitando al fianco delle guardie di confine per imparare e affinare le tecniche di raccolta d'informazione, di controllo, di fermo e di arresto.
Durante quest’esercitazione, il compito dell’esercito sarà principalmente quello della gestione degli “sfollati” che dovranno lasciare le loro case a causa della pericolosità della nube tossica creata dall’incidente. L'esercito sarà allora chiamato a dover gestire grandi quantità di persone, riuscire a spostarle e piazzarle in campi allestiti dai militari, mantenere l’ordine e il controllo. Vediamo chiaro e netto il legame nelle finalità dell'esercitazione e la situazione migratoria attuale. In soccorso a questa nostra tesi, c'è l'allestimento, previsto a Riva San Vitale, di un carcere in cui le reclute della scuola di polizia provvederanno a rinchiudere i cosiddetti "sciacalli", ovvero persone che potrebbero approfittare del caos momentaneo per provare ad appropriarsi di quanto solitamente a loro viene negato.

Chiasso brucia, la popolazione si trova a dover respirare le esalazioni tossiche di centinaia di litri di gas butano esploso mentre piange le vittime, e lo Stato interviene a ricordare qual è la sua funzione principale, allestendo un carcere ad una quindicina di chilometri dall'incidente. La ragion di Stato è quella che prevale e nella sua logica non può esistere soccorso senza repressione, non ci può essere aiuto senza sottomissione. Ce lo insegnano le politiche di "accoglienza", ce lo riconferma un'esercitazione che davanti a una catastrofe annunciata, costruisce un carcere per chi non starebbe ai giochi ma deciderebbe di ribellarsi.

Non accettiamo le nocività che stanno distruggendo il pianeta, non accettiamo l’intero sistema tecnologico industriale che le produce. Non accettiamo la repressione, nemmeno quando travestita da salvatrice. Non accettiamo le frontiere. Non accettiamo l'autorità.

NON ESISTONO DIVISE BUONE! NON ESISTONO FRONTIERE GIUSTE!
NO ALLA MILITARIZZAZIONE DELLE NOSTRE VITE E DEI LUOGHI IN CUI VIVIAMO!


anarchici/che

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